#esconodallefottutepareti
Il capodanno da incubo:
Parto subito col dirvi che è una storia vecchia. Stavo ancora col mio ex.
In vacanza a Roma per tre giorni, capitale culturale europea. Ma per esigenze di spazio saltiamo subito al momento del conto alla rovescia.
Immaginateci in mezzo a Piazza del Popolo, gremita di gente. Prima del conto alla rovescia iniziarono già i primi petardi. Il suolo tremava e si sentivano deflagrazioni nella piazza alberata sovrastante.
Sembravano granate, il cemento vibrava sotto alle nostre scarpe: dovevano essere petardi modificati per renderli più potenti.
Poi, il conto alla rovescia.
A un tratto mi giro e vedo una signora che sbianca e sviene tra le braccia di suo marito. Sembrava una scena a rallentatore, tanto era fuori dal mio quotidiano e dal mio immaginario.
Poi capisco perché: un giovane, vicino a noi, si era fatto appena saltare in aria la mano. Era sorretto da un suo amico, ma si vedeva che era lì lì per svenire pure lui. E pure io, a quel punto, diciamoci la verità.
Ora, la mia domanda è: eravamo tutti appiccicati come sardine. Questo genio dove contava di gettare il petardo, una volta acceso? E se fosse finito nel cappuccio di qualcuno, o vicino a un bambino?
Non c’era spazio nemmeno per allargare le braccia, in quella piazza, e tu mi vai ad accendere un petardo? Ok. Mi dispiacque tantissimo per lui, in ogni caso, ma iniziai a stare male e supplicai il mio ex di tornare in hotel.
Ma ovviamente:
“Eh no, dai, solo perché il tizio accanto si è fatto saltare la mano. Andiamo a festeggiare con alcuni miei amici che non vedo da tanto”
Non ero proprio nel mood di festeggiare, o di camminare, o di non dare di stomaco, però accettai. Era capodanno, non me la sentivo di rovinarglielo.
Così ci dirigemmo in questo bar aperto toute la nuit, ma vuoto.
Ci incontrammo con questi suoi amici di cui non ricordo assolutamente nulla, tranne che tutti bevevano e scherzavano allegramente, e io avevo in mente il moncherino. Mi chiedevo dove fossero finite le sue dita. Se sarebbero riusciti a trovarle e a riattaccargliele.

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Claudio Michelizza

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